
Quando le disgrazie non vengono mai sole e, se volete, accadono a chi già disgrazie ne ha abbastanza si dice “piove sul bagnato”. Per via di metafora il senso di questo detto può essere allargato. Penso, certo, al tessuto urbano di Palermo di cui, ormai, mi pare, s’è perso il senso e si continua ad operare sulle ferite e sulle cancrene senza mai risolvere, in maniera organica, lo iato tra città vissuta e città perduta. Ovvio, non è solo Palermo a sostenere questo disagio. Le grandi città – prive di un programma che le proietti, a medio e lungo termine, verso una condizione di riconoscibilità estesa (penso al caso spagnolo di Barcelona, che ha superato ogni aspettativa) – rischiano di implodere e rimanere, anche nei loro centri, periferie del vissuto, onanistiche archeologie del tempo, con grande gioia dei conservatori tout court.
Ci sono momenti in cui bisogna provare a leggere il disagio da piccoli segnali non impercettibili. Talvolta la natura esonda, sottolinea il suo “portato”, e fa emergere, in maniera elementare (come lo sono le forze che la scatenano), le cicatrici non rimarginate o i tumori non esaminati. Sono cose che il tessuto, come la pelle, nasconde dietro l’apparenza, ma che covano nell’ombra.
Il 20 febbraio del 1931 un’intensa depressione si stava spostando sulla Sardegna dall’Atlantico e da qui verso la Sicilia, per cui verso sera iniziò a piovere. Continua »
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