Tasci
Tascio, ai miei tempi, era una brutta cosa esserlo.
Non tanto perché uno lo era e ne soffriva, questo no, anche perché chi tascio era ed è, non se ne rende conto, quanto perché era ed è etichettato come persona non desiderata a feste e comitive, compleanni e matrimoni.
Il tascio era identificato in vari modi.
Colui che si metteva i pantaloni a zampa quando invece si usavano a tubo e viceversa, era un tascio.
Chi parlava in dialetto (orrore) era un tascio.
Anche la macchina poteva essere simbolo di tascitudine. Andare in discoteca o a prendere l’ingrizzo con la fiat 850 bianca o l’Opel di papà era alla stessa stregua di un reato, così come ascoltare musica napoletana.
Poi capitava che la ragazza di buona famiglia, papà medico, mamma insegnante si mettesse con un tascio. Diciamolo, tascio era anche chi era di umili origini, anzi veniva etichettato come proveniente da “gente bassa” o “popolino”.
E qui era tragedia. Continua »
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